Philosophia Moralis

Seminario Ruggero Bacone –  La Moralis Philosophia

Report dell’attività svolta nel periodo 2015-2017

Presentazione

A seguito della fruttuosa esperienza seminariale conclusa con la pubblicazione del volume Roger Bacon’s Communia Naturalium. A Philosopher’s Workshop, Firenze, Edizioni del Galluzzo, 2014 (Micrologus Library, 64), Agostino Paravicini Bagliani, Michela Pereira, Chiara Crisciani (che ha comunicato l’interesse anche di Carla Casagrande e Silvana Vecchio) Cecilia Panti e Anna Rodolfi, hanno deciso, durante un incontro avvenuto alla SISMEL l’8 giugno 2015, di aprire un nuovo seminario per lavorare con la stessa metodologia su un altro testo di Ruggero Bacone.

In prima istanza si è discusso sulle opere da prendere in considerazione, convenendo di concentrare l’attenzione su tre testi: Moralis philosophia (ed. Massa, cui si riferiscono tutte le indicazioni di pagina; d’ora in avanti indicato con la sigla MPh); Compendium studii theologiae, (ed. Rashdall, http://capricorn.bc.edu/siepm/books.html#13; l’interesse per questo testo è motivato soprattutto dal suo possibile collegamento con il Liber sex scientiarum); infine, il De vitiis contractis in studio theologiae (ed. Steele, http://capricorn.bc.edu/siepm/books.html#13). In secondo luogo, si è convenuto sull’opportunità di informare Jeremiah Hackett di questa nuova iniziativa, per mantenere vivo lo scambio scientifico con lui e tenere i contatti con la commissione di studi baconiani istituita alla St. Bonaventure University.

A livello internazionale, è stato successivamente instaurato anche un rapporto scientifico con il prof. Oscar de la Cruz Palma dell’Università autonoma di Barcellona, il quale sta lavorando a un vasto progetto di ricognizione dei manoscritti delle opere di Ruggero Bacone. Questo progetto è stato illustrato ai membri del seminario nell’incontro del 27 febbraio 2017 al quale hanno preso parte anche il prof. José Higuera Rubio e il prof. Alessandro Tessari che già collaborano al progetto spagnolo. I partecipanti stabili al seminario, oltre alle persone che l’hanno proposto, sono: Carla Casagrande, Silvana Vecchio, Roberto Lambertini, Paola Bernardini, Nicola Polloni, Francesco Santi.  Tutti gli incontri del Seminario, come il primo, sono stati ospitati nella sede della SISMEL col seguente calendario: 16 dicembre 2015; 30 giugno 2016; 20 ottobre 2016;  27 febbraio 2017; 2 luglio 2017.

Il sito Rogeriusbacon.com

La necessità di fare chiarezza sulla complessa trasmissione manoscritta di MPh e, in generale, delle opere baconiane, ha fatto emergere fin dalla prima sessione del seminario l’idea di realizzare un database e di renderlo disponibile on-line. La raccolta dei dati su foglio excel, prodotta da Nicola Polloni a partire dalla ricognizione completa dell’appendice di RBE 1914, ha costituito il nucleo iniziale del sito rogeriusbacon.com, che i componenti del Seminario hanno deciso di costruire come uno strumento introduttivo alla figura di Ruggero Bacone, alle sue opere e ai manoscritti che le trasmettono, e alla bibliografia scientifica pregressa (a partire dal 1914) e corrente.

Il sito, ideato e curato da Nicola Polloni, è stato reso pubblico nell’estate 2017 ed è accessibile anche dalla homepage della Sismel, attraverso la pagina di Micrologus.

temi e questioni relative alla Moralis Philosophia emerse nel corso del seminario

1. I manoscritti

Constatando un interesse prevalente per la MPh, si è deciso di fare prima di tutto una ricognizione dei codici usati da Eugenio Massa per la sua edizione. I codici usati sono i seguenti:

V – Città del Vaticano, BAV, lat. 4295, contiene parti 1, 2, 3, 4, 5 e 6 (inizio). E’ il manoscritto di base dell’edizione critica, di cui Massa ha fatto uno studio minuzioso nell’introduzione, prendendo in considerazione tutte le caratteristiche del testo in esso contenuto; ed è l’unico manoscritto che contiene il testo della MPh completo (per quanto della sesta parte si abbia soltanto un abbozzo). Sono state fatte ricognizioni de visu di questo manoscritto da parte di Cecilia Panti e Agostino Paravicini Bagliani, che hanno entrambi confermato la precisione e l’utilità della descrizione data da Massa.

M – London, BL, Royal 8 F. ii. (sec. xv.), f. 167, Inc. ‘Manifestavi, etc.—eius quod est post se’ include parti 1, 2 e 3 (fino a III.ii.3, ed. Massa p. 72: eius quod est post se). Descritto on-line:

http://hviewer.bl.uk/IamsHViewer/Default.aspx?mdark=ark:/81055/vdc_100000000042.0x000109.

D – Dublin, Trinity 381, parti 1, 2, 3, 4 (descriptus da O). Descr. Abbott, Catalogue, p. 58.

O – Digby 235, parti 1, 2, 3, 4 (fino a IV.iii.2, ed. Massa p. 233: et quid potest homo plus petere in hac vita?). Descritto on-line:

https://databank.ora.ox.ac.uk/misccoll/datasets/QuartoDigby/Digby.pdf

C – Cambridge, Trinity 1294 (descriptus da D)

Alcuni altri manoscritti, messi a fuoco mediante una ricognizione accurata della documentazione pubblicata nei Roger Bacon Essays pubblicati da Little nel 1914 (RBE),sembrano presentare interesse per la ricerca sui rapporti fra MPh e altre opere di RB: Paris Nouv Acquis. 1715 (cfr. RBE1914 p. 399) e Mazarine 3488 (cfr.  RBE1914 p. 379); Cambridge, Univ. Libr., Ff.iv.12, f. 310 (a.d. 1528-9, inc.: Determinata quarta parte philosophie moralis addidi de quinta (cfr. Duhem Fragm. pp. 178-190); Sloane 2629, f. 56v (contiene il passo sulla morale da Communia naturalium, cfr. ed. Steele, Intro. p. 2).

Infine, a proposito dei Compendia: il ms London, BL, Royal 7 F vii (del quale abbiamo riproduzione, avendovi già lavorato nel corso del seminario sui CN) è in molti modi collegato al Compendium studii theologiae: cfr. RBE1914 p. 380, notizia relativa ai ff. 2-62; p. 388: contiene una redazione ampliata del De multiplicatione specierum, che si trova anche in Roma, Angelica 1017 del XV sec.; p. 393: contiene una versione ampliata di materiali matematici, che qualcuno ha suggerito essere una prefazione al secondo volume del Compendium Philosophiae (che sembra identificare con lo Scriptum Principale), cfr. Grey Friars in Oxford p. 203. V. RBE1914 pp. 405, 407.

2. Agenda tematica della MPh

La lettura iniziale del testo della MPh ha portato a redigere una tavola tematica dei contenuti, qui sotto delineati seguendo l’ordine delle 6 parti del testo:

Pars Prima (pp. 3-35)

Premessa: l’importanza della filosofia morale, scienza operativa.

I: la disposizione dell’uomo verso dio, il prossimo e se stesso. La metafisica contiene i preamboli della morale, la quale introduce anche le basi della scientia civilis e perciò è connessa alla metafisica; II: Dio, esistenza e trinità; III: Dio incarnato; IV: creazione; V: Immortalità dell’anima; VI: felicità nella vita futura; VII: sulla dannazione dei peccatori; VIII: il culto divino.

Pars secunda (pp. 39-42)

Contiene una breve trattazione relativa alle leggi.

Pars tertia (pp. 45-184)

Distinctio prima, I: concetto di virtù, quali sono le virtù, sensibili e intellettive. II: virtù naturali e acquisite. III: il peccato; Distinctio secunda, Proemio. I: non importanza dei beni terreni. II: voluttà. III: gola; Distinctio tertia, Proemio. I-VII: l’ira. VIII-IX: rimedi contro l’ira; Distinctio quarta, Proemio: Il dominio delle passioni. I: gli uomini buoni vincono le passioni. II: il sapiente non soffre ingiurie. III: la contumelia. IV–V: altri modi per vincere le passioni; Distinctio quinta, Proemio: sentenze dei filosofi sulle virtù I-V; Distinctio sexta, Proemio. I-III: sentenze di Seneca da De vita beata e De tranquillitate animi; Distinctio septima, Proemio. I-VIII: Seneca De tranquillitate animi

Pars Quarta (pp. 187-243)

Proemio: questa è la parte più importante della morale, relativa ai modi di persuasione ad accogliere la fede cristiana; Distinctio prima, I: il fine delle sette religiose, la felicità ultraterrena. II: le diverse sette religiose. III: le sette secondo l’astronomia giudiziaria; Distinctio secunda, Proemio: come convincere le sette. I: persuasione attraverso la filosofia e ciò che accomuna tutti i credi (natura dell’anima e esistenza di dio). II: persuasione attraverso la metafisica (tutto deriva dall’uno, un solo dio).  III: l’uomo deve servire dio. IV: l’unità divina dev’essere rivelata. V: riti religiosi degli idolatri, pagani, tartari, saraceni, giudei e cristiani. VI: solo la lex christiana è da preferire. VII: legislatori giudei e saraceni. VIII: superiorità della lex christiana; Distinctio tertia, Proemio: gli articoli della fede cristiana. I: Cristo vero dio e vero uomo.  II: l’eucarestia.  III: insanie contro questo sacramento.  IV: rimedi contro queste insanie.

Pars Quinta (pp. 249-263)

Proemio: sull’osservanza delle leggi della fede cristiana. I: osservanza con l’intelletto, che deve essere risvegliato (questa è la parte pratica della moralis). II: gli argomenti convincenti, dialettico e dimostrativo. III: gli argomenti retorici. IV: il De doctrina christiana.

Pars Sexta (pp. 267)

I: l’amministrazione della giustizia (appena accennato). Questa parte non è mai stata scritta, come asserisce lo stesso B nel frammento dell’OT edito da Duhem (“excusavi me ab expositione istius partis”, Duhem, p. 179).

NB: Le parti quinta e sesta erano sconosciute prima dell’ed. Massa.

3. Temi rilevanti individuati nella discussione

Primo libro

La filosofia morale viene concepita da Ruggero Bacone come una scienza subalternante, perché tutte le altre scienze sono orientate verso il fine che è propriamente il suo; essa tuttavia dipende a sua volta dalla metafisica e dalla teologia, e questo fa emergere una concezione peculiare della subalternatio, affine a quella che si incontra nelle prime pagine dei CN. Interessante appare l’articolazione dell’opera in sé, suddivisa in sei sezioni: una parte teorica della morale, le prime tre sezioni, e una parte applicativa, le ultime tre. L’approccio alla maggior parte dei temi è di tipo multidisciplinare, come sembra il riferimento a fonti che offrono di per sé prospettive disciplinari diverse. Non si tratta soltanto della relazione tra scienze speculative e pratiche, ma dell’idea che tutte le scienze, per il loro contenuto siano in misura maggiore o minore sempre pertinenti alla morale.  Per questo si è parlato di una “filosofia morale diffusa”, anche se il rapporto fondamentale rimane quello della morale con la teologia e con la metafisica. L’approccio morale e quello teologico appartengono entrambi all’ambito dei fini, mentre la connessione della morale con la metafisica coinvolge più che altro una convergenza a livello dei contenuti. Un esempio interessante di questa diversa relazione della morale con la teologia e la metafisica può essere considerato il discorso baconiano su Dio e gli angeli: il metafisico si occupa della questione an sit, mentre tutti gli altri argomenti sono di pertinenza della morale in quanto rivolti alla prospettiva escatologica.

Il rapporto con la teologia è di tipo strutturale: MPh sembra tradurre in termini praticabili il discorso teologico e riscontra i fini  di tale discorso nella tradizione filosofica. Alla conclusione del cap. I (p. 9, ed. cit.) emerge però una differenza importante: mentre la teologia indaga speculativamente la verità, la MPh insegna a gestirla politicamente in chiave pedagogica, per educare le masse (cfr. Proemio § 12; a questo uso politico si legano le considerazioni sul culto); per questo la morale riguarda tutti. C’è comunque un’innegabile distanza tra i contenuti di MPh e il contesto della teologia scolastica: lo schema baconiano rinvia piuttosto alla letteratura penitenziale, in quanto riguarda Dio, il prossimo, sé stessi, e la considerazione delle leggi che si devono osservare in relazione a ciascuno dei tre “oggetti”. Anche lo schema complessivo della filosofia pratica appare molto divergente rispetto a quello degli autori scolastici coevi. Proprio negli anni in cui la MPh fu scritta vediamo svilupparsi, ad esempio nell’ambito delle ‘divisioni della filosofia’, una tripartizione della filosofia morale: etica (etica di Aristotele), economica (dottrina della famiglia – intermedia fra l’individuo e la comunità generale, in relazione forse soprattutto col De officiis di Cicerone),  politica (le leggi), mentre qui c’è una preminenza della politica (cfr. la seconda parte) e una quantità di contenuti diversi da quelli dei libri etici, economici e politici discussi nell’ambito scolastico.

Dal punto di vista dei contenuti dottrinali, il primo libro costituisce una ripresa della prima parte dell’OM, concernente i preambula fidei, trattati qui in termini storici e individuali: singoli filosofi che hanno avuto particolari rivelazioni e intuizioni della fede.  Per questo motivo, la prima parte è connessa alla quarta che esamina la questione dal punto di vista antropologico, con particolare riferimento alle sette; e questo a sua volta è in funzione della quinta parte, dove tratta della persuasione riferita alla setta cristiana, per una prassi efficace.

Il rapporto con la praxis mette in gioco le nozioni di intelletto speculativo e pratico: di quest’ultimo la morale è la realizzazione, e per suo tramite l’intelletto pratico si relaziona con la metafisica. Anche su questo punto la MPh non sembra collocarsi in una linea pienamente aristotelica: c’è infatti un riferimento forte ai saperi sapienziali che derivano direttamente da Dio, reso esplicito nell’osservazione per cui patriarchi e profeti non hanno parlato solo theologice, ma anche philosophice.

Dal momento che la morale ha come oggetto la felicità della vita e la salvezza, è pertinente a questa scienza anche il discorso sull’immortalità dell’anima (p. 21), nella prospettiva della resurrezione dei corpi e della felicità (cfr. anche i capp. 6 e 7 su felicità e miseria nell’altra vita).  Il punto centrale, ripreso nella quarta parte quando parla della setta cristiana, è il rapporto di perfetta armonia dell’anima col corpo, che risulta dalla prospettiva biblica di valorizzazione dell’elemento corporeo e che meriterebbe un affondo di indagine, anche in relazione col discorso sulla prolongevità.

Secondo libro

L’articolazione della seconda parte è la seguente: I, 1, 1. Leggi del matrimonio come fondamento della società; 2. leggi per cui i sudditi sono sottoposti a prelati e principi. Rapporti signore/servo, padre/famiglia, maestro /allievi. Divisioni sociali in professioni (doctores et artifices), studenti e militi; 3. divisione della civitas in funzione dell’amministrazione della giustizia; 4-7. amministrazione economica della civitas o respublica; 8: proibizione dello studio a scopo lucrativo; 9. mutuo aiuto e difesa comune: accenno alla lex christiana racchiusa in questo principio.  I capitoli II.1, 1 e 4-9, e II.2, 1-2 testimoniano l’influenza della Metaphaphysica di Avicenna.  II. 2, 3 il diritto civile ereditato dai greci da Aristotele e Teofrasto.

Complessivamente viene affrontato il tema del bene comune. Tale tema è concepito sulla base di un rapporto fra etica e politica inverso rispetto alla concezione di Aristotele: per Aristotele l’etica è prioritaria rispetto alla politica, per Bacone il primato è della politica rispetto all’etica, e c’è un forte assorbimento dell’aspetto economico in quello politico. In particolare, elencando le strutture portanti della civitas, Bacone non tratta della famiglia, pur indicando nel coniugium il momento fondativo della società.  È possibile che la ragione della struttura peculiare di MPh (cfr. Prima parte) risieda nella ricerca di un’etica rispondente alle esigenze di un contesto diverso da quello universitario/aristotelico, forse da porre in relazione col fatto che Clemente IV era un giurista, anche se Bacone non fa riferimenti al diritto in questa parte, e la sesta dedicata appunto al diritto è solo un abbozzo brevissimo. C’è comunque, nell’insieme della seconda parte, una forte accentuazione degli aspetti difensivi ed economici della civitas, e c’è un’idea come di sharia cristiana, in quanto la legge cristiana dovrà estendersi al mondo intero, organizzando tutto il mondo secondo questi principi.

Terzo libro

La terza parte della MPh verte sulla morale individuale («de moribus cuiuslibet persone secundum se»), che è necessario indagare in maniera diversa da Aristotele: questi infatti non segue la via della natura, bensì quella dell’inquisitio (ovevro da ciò che è più noto a noi), mentre RB parte dal culto di dio per arrivare all’etica individuale, che riguarda i costumi e la honestas vitae in vista della felicità futura.  Il rapporto con la seconda parte mostra la gerarchia fra bene comune, affrontato in quella, e bene privato, affrontato in questa terza parte. Il discorso sull’etica si sviluppa in relazione ai filosofi, mentre i riferimenti teologici sono assenti (e anche quelli scritturali e patristici: c’è una sola citazione dai Salmi, e una da Cassiano). Bacone osserva che se hanno potuto costruire un’etica i filosofi pagani, sulla base della loro conoscenza della natura umana, i cristiani, che hanno in più rispetto a loro la grazia di Dio e per questo dovrebbero poterli superare. I pagani fungono perciò per Bacone da pietra di paragone per i cristiani e possono addirittura venire additati come esempi morali. La tematica morale appare perciò affrontata da Bacone da un punto di vista laico, e la metodologia adottata è fondata sulle auctoritates che forniscono esempi validi sul piano morale. È una metodologia di tipo retorico piuttosto che dialettico e infatti l’etica, per Bacone, non è una scienza, non almeno nel senso aristotelico del termine.

L’uso dei dialoghi senecani nelle distinzioni 4-6 conferma la forte valorizzazione della retorica (argumentum vs. demonstratio;p. 132 tam eleganter – termine tecnico della retorica).

Tutto il libro è strutturato come una concatenazione di asserzioni supportate da citazioni da auctoritates filosofiche, ma – come si rileva dalla lettura del saggio di E. Massa, Ruggero Bacone. Etica e poetica nella storia dell’Opus Maius (Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1955) – queste vengono utilizzate in maniera diversa nelle distt. III.1-3 rispetto a III. 4-6. Il nucleo teorico della discussione sulla virtù, nella terza parte, deriva dall’Etica nicomachea ma si sviluppa in un discorso sulla preminenza delle virtù intellettuali (aristoteliche) che culmina nella Sapientia (§ II, p. 50), conoscenza perfetta ma anche apertura alla felicità futura.  Resta in sospeso l’idea che anche le virtù acquisite, come quelle naturali, derivino da dio: spunti teologici infatti non mancano, ma la preminenza delle virtù intellettuali conferma il piano laico su cui si muove MPh.

Essendo il discorso di natura retorica e non dialettica, può assumere e di fatto assume molti punti di vista diversi, portando a quelle che sembrano posizioni incoerenti: in particolare, a partire dal rapporto fra virtù civili (superiori) e individuali all’inizio del terzo libro, la vita sociale viene vista come bene conforme alla natura umana, ma poi si parla delle virtù individuali come espressione dell’individuo cittadino dell’altro mondo, portando l’esempio di Socrate “che non è cittadino del mondo”.  Ma in realtà non c’è opposizione fra etica individuale e sociale.

RB segue “la via di natura” (p. 46), in quanto la morale aristotelica è giudicata (analogamente alla fisica nei CN rispetto a una filosofia naturale veramente fondata) una base insufficiente al fondamento della morale “secundum ordinem, quem nature dignitas exposcit”. Questa impostazione porta a immettere molti elementi di derivazione stoica nella trattazione di Bacone, in particolare l’equazione tra natura e bene. Un esempio pregnante dell’influsso stoico: caritas non viene definita teologicamente ma è una virtù politica, e del resto Bacone parla anche di amicitia socialis; il raccordo fra bene privato e bene comune passa infatti attraverso carità, concordia, pace e giustizia. L’indifferenza morale della vita eremitica è un ulteriore riscontro di questa linea teorica. La morale è propria dell’essere umano in quanto essere naturale, il comportamento morale è naturale, per questo i filosofi sono testimoni autorevoli in quest’ambito. Il peccato viene considerato come un’infrazione dell’ordine della natura (p. 57), in termini simili ad Aristotele, a conferma dell’orientamento laicizzante già rilevato. Il peccato porta alla perdita della conoscenza e all’inaridimento dell’intelletto, mostrando anche la possibilità del peccatum intellettuale (l’ignoranza).  Tuttavia non ne viene mai data una vera e propria definizione, né c’è una discussione sul peccato originale.  È vero che anche la natura “pecca”, come testimonia il fenomeno dei mostri: ma proprio la discussione sui mostri nei CN e nell’OM indica che per RB la natura tende sempre a portare a compimento nel modo migliore ciò che produce.

Fra i vizi, il più innaturale e il più pericoloso è l’ira, l’unico vizio non legato alla voluttà; ma l’ira in realtà è ambivalente, perché esiste anche la giusta indignazione. Il settenario dei vizi viene però esaminato a partire dall’avarizia, accomunata e interscambiabile con la superbia, come fossero due facce di uno stesso vizio (p. 60, p. 64). Il fatto che la superbia non porti un riferimento al peccato originale conferma la prospettiva a-teologica di MPh, almeno a partire dal secondo libro.

La centralità dell’ira solleva di nuovo la questione sulla destinazione della morale, la cui finalità sembra essere essenzialmente in relazione alla funzione di chi governa; la combinazione di avarizia e superbia è tipica dei potenti, l’ira spesso anche (basti ricordare le oltre cinquanta testimonianze della violenza verbale di Bonifacio VIII). La morale che insegna a regere se et alios richiama il Secretum secretorum: «Rex et intellectus sunt fratres», nonché il tema dell’educazione dei figli dei re: tuttavia si deve sottolineare che MPh non è uno speculum principis.  D’altra parte, la MPh non fa parte dello scriptum principale ma è composta “persuasionis gratia”.

Nella seconda parte del terzo libro (III.4-6) RB mostra di voler costruire uno strumento che, attraverso i passi di Seneca, chiarisca l’importanza dei classici per elaborare una morale per l’individuo, e nel proemio alla dist. 5 (pp. 132-33), si legge una dichiarazione fondamentale per comprendere l’interesse di RB per un autore che permette di elaborare argomenti persuasivi di tipo retorico.

Nel generale andamento in stile florilegio, risulta molto interessante l’intervento conclusivo di RB, che amplifica e correda di richiami alla Scrittura il tema svolto da Seneca nel de tranquillitate animi, sulla necessità di tener conto del corpo e concedergli una qualche ricreazione, fino ad accostare nel finale Seneca al profeta Eliseo, per cui la danza facilita l’ascesa al divino.

Si può ipotizzare che questo blocco di testo, apparentemente un work-in-progress o un florilegio puro e semplice, mostri invece un’intenzionalità in rapporto al senso complessivo del discorso baconiano, e sicuramente sta in relazione con alcune affermazioni di RB nella quinta parte, messe in luce da Massa nella sua introduzione all’edizione (p. xxiii).

Il ricorso massiccio a Seneca è funzionale al nucleo del discorso? in che modo è in relazione al tipo di oratore cui RB sta pensando?  Certamente RB ha preso da Seneca i passi più efficaci dal punto di vista della retorica, le immagini particolarmente pregnanti. Bacone ha affermato che i cristiani non sono all’altezza dei pagani nella retorica, «sermone sumus eis impares et operatione minus efficaces»; pertanto, forse, anche i predicatori oltre ai reggitori potrebbero essere tra i destinatari della MPh. La persuasio senecana può infatti servire ai philosophantes cristiani in molti casi, per esempio quando devono parlare della povertà. Come nell’ambito delle scienze, dove prende a modello gli arabi per poterli superare, nell’ambito della filosofia morale prende a modello gli antichi e in particolare Seneca.

Quarto libro

L’esame della filosofia degli antichi, condotto nella prima e nella quarta parte di MPh è uno dei temi più interessanti di questo testo e RB presenta a questo riguardo una posizione piuttosto originale, anche rispetto al modo in cui il discorso sulle sette è presentato qui rispetto all’OM, dove è sviluppato in termini astrologici. Si tratta inoltre di un tema rispetto al quale è possibile ipotizzare l’influenza del de vetula pseudo-ovidiano. Sulla questione delle sette, occorre richiamare la sinonimia con le diverse leges, anche se non vi è traccia di una discussione relativa al rapporto fra legge naturale e leggi religiose. RB da un lato critica il consenso (o almeno il consensus vulgi) come causa erroris, mentre in relazione alle sette il consenso è presentato come elemento positivo. Va messa in rilievo l’importanza che RB attribuisce al tema dell’eucarestia, nel quale fa confluire materiali di natura diversa (teologici in senso proprio, ma anche exempla piuttosto interessanti) e a cui collega in maniera esplicita il tema della deificatio.  Questo termine, che qui compare due volte (e si trova anche cristificatio), non ritorna nel sommario in OT framm.  Duhem, né nel sommario in OMi.  Ma nel de vetula viene così indicata l’ultima metamorfosi dell’umanità, la cui immagine è la Vergine. Considerando la vicinanza della stesura di MPh alla diffusione del culto del Corpus Domini a tutta la cristianità da parte di Urbano IV (1264, in seguito al “miracolo di Bolsena”), nonché l’estensione e la peculiarità della trattazione del sacramento da parte di RB, l’interesse di questo tema sembra notevole sia in quanto tematica teologica dentro la MPh (peraltro presentata  sempre in relazione alla persuasione, in quanto si focalizza sul perché si deve credere in questo mistero), sia per la peculiarità della trattazione. La causa del rifiuto rispetto all’eucarestia risiede un po’ in tutti i vizi, ma in maniera particolare nell’accidia, e questo è anche molto interessante, se si confronta con l’elenco dei vizi in cui il primato era stato dato all’ira. Nell’affermazione poi che “bastano cinque parole”, per avere dio fra noi, estrema dimostrazione della potenza della parola, si coglie il legame fra la quarta e la quinta parte di MPh.

Nella quarta parte si riscontrano infine alcuni elementi confrontabili con certi aspetti dell’apologetica di Ramon Llull, ma che sono piuttosto marginali e non sufficienti come argomento di un lavoro specifico.

La citazione della Politica di Aristotele in MPh IV significa che RB non aveva il testo aristotelico, per cui la “magrissima” parte politica di questo testo sembra dipendere da idee generali (per esempio il tema del legislatore) più qualche proiezione a partire dal finale dell’Etica a Nicomaco.

Quinto libro

Nella quinta parte, dedicata alla predicazione intesa come applicazione pratica della morale, viene proposto un tipo  peculiare di predicazione “affettiva”. È stato già sottolineato che nella MPh non si cerca il bene intellettuale filosoficamente. Ma qui viene alla ribalta il rapporto fra retorica, poetica, predicazione e musica, possibile punto culminante di un testo che è al vertice del progetto baconiano.

4. Rapporto di MPh con le altre opere di RB. Elementi testuali

Riguardo alla posizione di MPh nell’insieme degli scritti baconiani, è da tenere di conto l’osservazione compiuta a p. 103 stando alla quale il testo non fa parte dello scriptum principale.

A proposito del modo in cui RB componeva, scrivendo e riscrivendo, è emblematica un’annotazione riportata nell’introduzione dell’ed. Massa (p. xviii): «et ideo, sentiens meam imbecillitatem, nihil scribo difficile, quod non transeat usque ad quartum vel quintum exemplar, antequam habeo quod intendo» (rinvia ad Acta Ord. Fratr. Min. XVII (1898), p. 25).

Nella nota 12 di p. 103, che secondo Massa è autografa, RB dichiara di non aver corretto la parte del manoscritto corrispondente alle distt. III.4-6, quelle incentrate sulle citazioni dai dialoghi di Seneca, mentre tutte le altre parti sono dense di annotazioni marginali redatte da lui. Questa mancata correzione parrebbe indicare che questa parte sia costituita di materiali preparatori, anche perché altrove (e in particolare nella parte precedente della MPh sull’ira) anche i testi di Seneca sono stati “corretti”, rielaborati.  Le distt. 4-6 parrebbero dunque un florilegio, un work-in-progress, così come l’affermazione sed non correxi sembra indicare l’intenzione di rimaneggiare questa parte in seguito.  Tuttavia questo non collima con il fatto che tale annotazione si trovi proprio nel manoscritto inviato al papa, e una spiegazione plausibile viene data dallo stesso Massa, nella sua monografia (si veda la Sezione B).

Nell’Opus Tertium (OT) c. 14, ed. Brewer (OHI 1), p. 47 ss., RB offre una sintesi articolata delle sei parti in cui la scientia moralis è suddivisa nell’Opus Maius (OM), e nel cap. 18 (p. 60) ne propone una ulteriore e più dettagliata, biasimando infine la separazione del diritto dallo studio della filosofia e lamentando gli abusi dei giuristi (p. 84 sgg).

Nel frammento edito da Little e da Duhem (rispettivamente dai ms Cambridge University Library, Ff IV.12 e Paris, BNF lat 10264), pars 4 De scientia morali, si trova un sommario dettagliato della divisione della MPh in sei parti e rispettivi contenuti. Tra le altre cose RB afferma che ha raccolto nella MPh le testimonianze su Cristo di filosofi pre-cristiani, che la terza parte raccoglie ampie citazioni da Seneca, e che ha dedicato ampio spazio all’ira, il peggior vizio dei governanti. Inoltre afferma di non aver avuto tempo di rivedere le ultime parti (cioè 4 e 5), di cui adesso manda (al papa) una copia corretta. «Quae de ira scripsi plana sunt, quia correxi illa et signavi. Alia vero quae sequuntur non ita patent, quia non sunt correcta nec signata; propter quod modo mitto exemplar correctum», «Sed hec alias non potui corrigere propter superfluitatem occupationum. Et ideo nunc mitto exemplar correctum, ut Johannes cum suis sociis corrigat ea que remanserunt incorrecta». MPh era quindi corretta fino alla sezione sull’ira (ed. Bridges, p. 298), ma non appare del tutto chiaro se questa osservazione si riferisca alla settima parte di OM o invece al testo nel manoscritto V: soltanto un confronto testuale fra questa parte nell’ed. Massa (in V) e in OM potrà indicarlo. Tuttavia Bridges afferma (Vol. II., p. 365) : «The errors in the Seneca quotations are so numerous that to embody them in the text would have made it in many places quite unintelligible». RB afferma poi che la parte quarta è la più rilevante, perché è quella che conduce alla salvezza dell’umanità, trattando della conversione al cristianesimo. L’esame delle parti quarta e quinta è molto ampio, in particolare l’esame sulle sette religiose.

Solo un breve sommario dei temi di MPh si trova nel cap. 14 dell’Opus Minus (OMin), ed. Brewer (OHI 1) pp. 47-52.

Nel Compendium Philosophiae (CP) ed. Brewer (OHI 1) non ci sono riferimenti espliciti a MPh, ma nel cap. 2 p. 408 e sgg. parla dei tipi di peccati come impedimento alla saggezza, prima i mortali, poi i carnali, e poi l’indolenza; e nel cap. 4 (p. 418) parla delle leggi diverse nei differenti paesi.

Nella Metaphysica de viciis contractis in studio theologiae (ed. Steele, Incipit: Quoniam intentio principalis est innuere nobis vicia studii theologici; siglato MVT) la parte relativa all’astronomia giudiziaria (corrispondente a temi trattati nella quarta parte della MPh) è molto ampia. MVT aggiunge anche elementi di astrologia (p. 47sgg), ma si interrompe bruscamente (p. 52). Si ha l’impressione che potrebbe trattarsi di un primo approccio all’astronomia giudiziaria, poi rielaborato nell’OM. I mss che trasmettono MVT sono: Digby 190, fol. 86v, frammento; Paris, BNF 7440, ff. 38-40, 25-32, non finito, ed. Steele; Città del Vaticano, BAV, lat. 2227, ff. 48r-67r (parrebbe notevolmente più ampio del testo edito da Steele; il ms. non è digitalizzato). RBE1914 p. 406-7, indicando come vol. VI del Compendium Philosophiae la Metafisica e Morale, ne dà come incipit quello della Metaphisica fratris Rogeris OFM de viciis contractis in studio theologie, di cui secondo lui Steele ha edito solo un frammento in OHI 1: «Quoniam intentio principalis est innuere nobis (vobis?) vicia studii theologici …».

Per quel che riguarda il Liber sex principiorum,quanto segue deriva dall’esame minuzioso dell’appendice di Little a Roger Bacon Essays 2014. Little infatti ritiene (RBE1914, p. 403, nella scheda relativa al n. 35, pp. 402-407: Compendium Philosophiae ovvero Scriptum Principale) che il testo noto e edito in OHI fasc. 9,  pp. 181-6 appartenga al vol. III del Compendium Philosophiae, di cui ha ricordato prima che il piano, presentato in Communia Naturalium (ed. Steele, p. 1), comprende quattro volumi, riguardanti 6 ambiti della conoscenza:

  1. grammatica e logica;
  2. matematica;
  3. fisica (Naturalia);
  4. metafisica e morale . 

Il testo in OHI 9 è stato edito dal ms. Bodl. 438 f. 28 col titolo di Liber sex scientiarum ed è conservato in altri 5 manoscritti(Can. Misc. 334, f. 49v; Can. Misc. 480, f. 33; Selden supra 94, f. 240v; Arch. Seld. B. 35, f. 37v; E Musaeo 155, p. 689, cfr. Trin. Coll. Camb. 922 f. 53). Tutti i mss, compreso Bodl. 438, ne riportano il titolo come: Dicta fratris Rogerii Bacon in libro sex scientiarum in 3° gradu sapiencie, ubi loquitur de bono corporis et de bono fortune et de bono et honestate morum. In conclusione si può formulare la domanda se il testo edito sia una parte di CP/SP e se il titolo Liber sex scientiarum possa effettivamente riferirsi all’opera intera. Il titolo del ms Bodl 438 ne esplicita la connessione col tema morale, e in effetti il rapporto fra prolongevitismo, alchimia e morale andrebbe approfondito (cfr. Hackett, Practical Wisdom …, in Medioevo 1986). Meriterebbe inoltre indagare sui mss. tutti gli aspetti concernenti il titolo (rispetto al testo: mano del copista o diversa, posizione, età …), alla ricerca di ulteriori dati sull’effettiva posizione di questo testo nel corpus baconiano; i mss si trovano tutti a Oxford.

5. L’uso delle fonti

Nel corso delle discussioni seminariali sono state considerate degne di nota le fonti seguenti (in ordine alfabetico):

Aethicus Ister: ci si è interrogati in particolare su come faceva questo filosofo potesse essere a conoscenza di molte delle verità professate dal cristianesimo.

Albumasar:  presente in particolare nella quarta parte. A lui va ricondotta anche la concezione come ancilla della moralis.

Algazali: una citazione da Algazali è presente a p. 56 dove si parla dell’anima come specchio dell’universo (probabilmente una citazione che riguarda la questione di cosa sia peccatum per RB).

Avicenna: L’importanza di approfondire il modo in cui RB ha utilizzato Avicenna Metaf. X è sostenuta nello studio di A. Schilling.  Un aspetto che necessita di essere sottolineato è la preponderanza di Avicenna, che va indagata, se si osserva che i riferimenti ad Avicenna superano quelli ad Aristotele. Se ne riscontra una presenza massiccia nel capitolo sulla felicità. Nella seconda parte i capitoli II.1, 1 e 4-9, e II.2, 1-2 dipendono dalla Metaph. di Avicenna. Nella quarta parte, a proposito della politica, in RB si possono individuare excerpta da Avicenna, mentre in generale l’utilizzo di Avicenna in teoria politica è raro.

Pseudo-Ovidio de vetula: il de vetula pseudo-ovidiano, la cui composizione è precedente al 1267,  è utilizzato nella quarta parte della MPh dove si riscontrano alcune convergenze interessanti, per esempio il tema della deificatio, la morale come culmine delle discipline, le prove della verità del cristianesimo analoghe a quelle in MPh pars IV: le “ragioni comuni” per provare le proprietà divine sono le stesse che “Ovidio” riporta per la sua conversione. Quando Bacone parla delle sette in MPh RB mette insieme vari tipi di argomentazioni, alcune già presenti nel De vetula, sia quella astrologica (come già in OM), sia quella dell’usus gentium (importanti a questo proposito i rilievi geografici), sia la loro relazione con le passioni. Il De vetula circolava negli ambienti in cui si è mosso RB, rappresentando un modo diverso di fare cultura (rispetto alla scolastica). L’attribuzione tradizionale di questo testo a Richard de Fournival è stata dimostrata debole e priva di basi: entrambi gli editori del De vetula ne dubitano. RB utilizza il poema pseuso-ovidiano con grande cognizione di causa, riesce a capire che è costruito su Albumasar e Alkabizio, e tuttavia continua a sostenere l’attribuzione a Ovidio. Burnett, che ha studiato le fonti arabe nel De vetula e in RB, ha espresso il sospetto che RB abbia avuto un qualche ruolo nella sua composizione. Su questo Cecilia Panti, in un suo studio recente, ha trovato elementi ulteriori, in particolare a proposito del rapporto fra B e l’ambiente di composizione del De vetula stesso.

Seneca: L’interesse di B nei confronti di Seneca deriva dal fatto che i suoi dialoghi costituiscono una fonte forse ignota fino a quell’epoca, e comunque inesplorata.  Ruggero sostiene di aver avuto familiarità con Seneca ab infantia ma afferma anche che non conosceva questi testi e pensa che neanche il papa li conosca. I dialoghi di Seneca sono in quell’epoca un testo poco noto, se non del tutto sconosciuto, e RB potrebbe essere stato il primo a utilizzarli. A Oxford c’è un florilegium morale oxoniense, della fine XII sec., che non contiene i dialoghi anche se ha molto Seneca.

Nelle distt. 4-6 del terzo libro della MPh si assiste alla costruzione di uno strumento retorico complesso che, attraverso i passi di Seneca, intende chiarire e dettagliare l’importanza dei classici per costruire una morale per l’individuo cristiano. L’etica per RB dev’essere una guida all’agire dell’uomo nella società, e in questa sua funzione l’insegnamento degli antichi viene visto come esemplare per i cristiani stessi, che dovrebbero farlo proprio per poi andare oltre, come la rivelazione permette loro di fare. Seneca comunque era “cristianizzato” anche prima di RB, a motivo dell’epistolario apocrifo fra lui e San Paolo, che RB conosceva e che cita verso la fine di questa terza parte (p. 181).  Due citazioni da Seneca in MPh mostrano un trasparente parallelismo con due passi evangelici, p. 127 («Nichil deest avibus, pecora in diem vivum» – «Guardate gli uccelli del cielo …»), p. 162 («Papulas observatis aliena, obsiti plurimis ulceribus» – la pagliuzza e la trave.  Tutto ciò conferma l’importanza di Seneca nel contesto della produzione di un’etica cristiana non aristotelica.  In Martino di Braga il de ira di Seneca è presente e testi senecani sono presenti nelle biblioteche dei cardinali del Duecento. Le virtù illustrate coi testi di Seneca non sono però quelle teologali, cui fa un fugace richiamo all’inizio, bensì quelle “filosofiche”.

Nell’apparato di MPh la nota 12 di p. 103, che secondo Massa riporta un’annotazione autografa di RB, questi dichiara di non aver corretto questa parte del manoscritto, mentre tutte le altre parti sono dense di annotazioni marginali redatte da lui. Il fatto di non aver corretto potrebbe prima facie confermare l’ipotesi che questa parte sia costituita di materiali preparatori, anche perché altrove (e in particolare nella parte precedente della MPh sull’ira) anche il testo senecano era stato rielaborato.  Sembra dunque una parte rimasta non finita, come pare confermare anche l’affermazione sed non correxi, come a segnalare l’intenzione di rimaneggiare in seguito questa parte. Tuttavia il fatto che tale annotazione si trovi proprio nel manoscritto inviato al papa induce a dubitare che la non rielaboraione vada intesa proprio in questo senso.

Un primo confronto puntuale fra il dialogo senecano ad Helviam matrem e le citazioni nella terza parte (pp. 118-126, dist. IV capp. 4-5) mostra da parte di RB un lavoro estremamente puntuale per restituire il dialogo. Ne vengono eliminate le parti che si riferiscono alla vicenda personale di Seneca e quelle in cui i riferimenti a personaggi o eventi della storia romana potevano sembrare poco perspicui a un lettore del XIII secolo, e ne vengono modificati soltanto i riferimenti agli dei, per adattarlo a un contesto monotestico. Per il resto, non ci sono interventi né di abbreviazione né di riscrittura: le citazioni riportate seguono fedelmente l’andamento del testo, offrendone di fatto un adattamento al cristianesimo.

Considerazioni generali

Si osserva che nella MPh le fonti sono sempre specificate e spesso citate direttamente a differenza di quanto avveniva nei CN. L’uso aperto delle fonti segnala un approccio metodologico preciso, che forse si può ricollegare alla concezione di RB del rapporto fra teologia, metafisica e morale e può dipendere anche dalla necessità di ribadire che la filosofia e i filosofi fanno da supporto alla giustificazione della dottrina cristiana. Appare plausibile che RB voglia accentuare, anche se talvolta con qualche accenno polemico, l’apporto dei filosofi dell’antichità. È anche possibile che questa modalità di uso delle fonti dipenda dalle condizioni in cui RB lavorava alla MPh, diversamente che ai CN. Ci si è chiesti se l’intento dell’autore non sia quello di proteggersi e/o legittimarsi, perché il dispositivo retorico (tecnica della persuasio) e i riferimento alle auctoritates potrebbe servire proprio a questo.  D’altra parte va sottolineata la ricchezza delle fonti pagane citate da RB nella trattazione. Riguardo a Seneca, nel proemio alla dist. 5 (pp. 132-33) si può legere una dichiarazione fondamentale dell’interesse di RB per questo autore proprio perché permette di elaborare argomenti persuasivi di tipo retorico. Nel recente volume curato da John Marenbon, Pagans and philosophers. The Problem of Paganism from Augustine to Leibniz (Princeton UP 2015), manca una trattazione relativa alla posizione di RB. Nel saggio di cui è autore lo stesso Marenbon, «A Problem of Paganism» (in Paganism in the Middle Ages, Threat and Fascination, C. Steel, J. Marenbon, W. Verbeke, Leuven UP 2013) RB viene presentato come più interessato all’aspetto della salvezza dei pagani che al valore di verità della filosofia pagana.  Sulle fonti della terza parte della MPh, in particolare la Metafisica di Aristotele, Seneca e Cicerone,c’è una trattazione interessante in Gregorio Piaia, Vestigia philosophorum.